Affondo le mani nelle nuvole come fossero piatti colmi di gustose pietanze. Porto un dito sulle labbra e chiudo gli occhi. Un senso di abbandono e non sono più qui…

Un prato, centinaia di fiori. Guardo intorno, nessuno. Solo una vecchia quercia all’orizzonte. Un’immagine confusa dal vento. Un tuono e non sono più qui…

La hall di un hotel. Una signora impettita entra con le sue shoppers, un ascensore raggiunge il decimo piano, un telefono squilla. Un piccolo ragno nell’angolo in alto… ma sento un rumore forte. Non sono più qui…

Una stanza buia. La illuminano delle candele. Confusione. Molta gente, brusìo. Avvicino il mio bianco viso a quel bianco viso; ha gli occhi chiusi, ma non serrati, le mani giunte. Sussurro una parola e lei apre gli occhi ancora una volta.

Ora non sono più qui. Ora nemmeno lei è qui.

Siamo angeli.

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Purezza. Libertà. Spirito.

Evoluzioni naturali di una mente in incognito. La ricercatezza del “dunque”, del “forse”. L’incertezza dell’oggi e la curiosità del domani.

Può un essere pensante astenersi da pensieri di conquista di mondi a lui distanti? Ho cominciato a preparare le bozze del rogito. Quelle che mi faranno proprietario di alcuni lotti sulla Luna. Non penso a me, ma ai miei discendenti.

Chi verrà dopo di me? Che faccia avrà, come si avvicinerà al mio modo di pensare? Posso saperlo, forse, pensando a chi mi ha preceduta. E puntualmente mi rendo conto che ogni uomo è fine a se stesso. Che i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue paure, sono rimaste a esclusivo controllo della sua mente.

Mi restano delle pagine scritte con penna e calamaio, mi restano firme chiare ma dietro non scorgo l’anima che cerco. Per questo mi sforzo di essere me stessa, ma lo sono solo ai miei occhi.

Solitudine cosmica? No. Materialità che si tramuta in pensiero, null’altro. Evanescente come l’aria.

Com’è sempre stato per tutti.

Perchè così dev’essere.

Allungo le mani, dal mio letto, ma non ci arrivo. Sento gli occhi pesanti, non vedo nemmeno benissimo, ancora. Eppure mi rendo conto che di là c’è il sole.

Mi guarda anche lui con aria interrogativa, oggi. Possibile che non ci capiamo affatto?

Ah no, caro mondo. T’ho capito, e bene anche. So come vai, dove vai con chi e perchè. Piuttosto, tu. TU di me non sai nulla. E non saprai mai nulla. E’ inutile che strepiti come una donnetta, non te lo dico!

Sarò il mistero per te. Il mistero cui nulla sfugge. Non mi conoscerai e mi desidererai, ogni giorno della tua esistenza. Ma non potrai mai avermi. Non sono nata per te. Ad altri lidi approderò, e tu, mondo, non mi avrai mai.

Vivo dentro te come un parassita. Cresco, mi nutro, ti uccido giorno dopo giorno.

Moriremo insieme, perchè è giusto che finisca così. Ma non avremo paura. Insieme siamo nati. Insieme abbiamo vissuto nella mente di qualcuno o di qualcun’altro. E lì resteremo, anche dopo.

Perchè siamo nati per vivere in simbiosi, io e te.

Depressa, senza speranze e rassegnata.
Eppure sono felice e mi sento bene. Questo mio modo di essere non mi porterà lontano. Ma anche Miller non se la passava tanto bene. E alla fine credo che sia morto felice.
Pensavo di stendermi a braccia aperte sul pavimento, come su una croce, e chiudere gli occhi. E stare così per qualche ora a non pensare, o a pensare tanto. Poi ho riflettuto: queste cose si possono fare solo nei film, perché lì non vengono i reumatismi. Io non me lo posso permettere.
Già ho un dolore al braccio sinistro che non mi fa vivere tranquillamente, anche se mia madre dice che sono solo dolori stagionali e io le credo.
Ma è quel genere di dolore che ti fa pensare al peggio, e ti fa immaginare chiuso dentro ad una tomba. L’altro giorno ho avuto forte la sensazione di esserci vicina e sono stata presa dal panico.
Poi ho pensato che quando sarò dentro la mia tomba avrò gli occhi chiusi, e ho ricacciato via il pensiero.
Chissà che con la mia folle immaginazione non riesca a rendere piacevole anche la permanenza nella bara.
La immagino con una finestrona sul lato destro. E guardandovi attraverso vedrei un campo immenso, verde, nel pieno della fioritura primaverile. E queste distese di fiori che ondeggiano, accarezzate dal vento. E mi accorgerei, d’un tratto, che quella stessa erba sta crescendo velocemente anche dentro la mia nuova dimora. E mi farebbe il solletico ai piedi. Sentire un morto ridere dentro una bara dev’essere un’esperienza forte.
La immagino col soffitto lilla, e le pareti verdine. Un sole accecante che penetra dalla finestra, e le tendine che fanno le grinze sul fiocco che le tiene legate.
La immagino piccola, giusta giusta perché io ci entri, ma in fondo comoda. Posso anche muovere le braccia verso l’alto.
E sento i rumori della terra, del vento e del silenzio. E mi rammarico per non averli ascoltati durante la mia vita terrena.
Ma chi se ne frega! Ora sono qui e li sento. E mentre guardo fuori, un uccellino si viene a posare sul davanzale della finestra della mia bara. È giallo e azzurro, e mi guarda con i suoi occhietti tondi.