“Carrie!”, urlò con tutto il fiato. “Carrie!”. Nessuna risposta. Aveva le ginocchia sbucciate, i capelli impastati di sangue e sudore, gli occhi spiritati. Continuò a correre a piedi nudi per le strade deserte, evitando carcasse di auto e taxi, voltando la testa in ogni direzione, in cerca di Carrie. Non poteva credere di esser rimasta sola in quella città. E Carrie? Le aveva tenuto la mano fino alla fine, anche quando una nebbia stopposa e viscida le aveva avvolte, impedendo loro di vedersi. Aveva sentito che quella mano veniva strappata via, e poi nulla. Sentì un fruscio dietro di sé e si voltò di scatto. La nebbia era ancora fitta e densa, come zucchero filato. Avvertì uno spostamento d’aria e un sibilo, vicino alla sua guancia. Si sfiorò con le dita e vide che c’era del sangue. Qualcuno le stava dando la caccia, e non si sarebbe fermato. Ricominciò a correre, piangendo disperata; il cuore che ormai non aveva più comandi, il respiro che non conosceva pause. Inciampò nel cadavere di una bambina con i capelli biondi e una mantellina blu. Un rivolo di sangue le imbrattava la tempia e gli occhi aperti rivelavano un verde innaturale. Cadde supina. Non aveva la forza di rialzarsi. Sentì dei passi avvicinarsi a lei, ma non si mosse. Attraverso la nebbia intravide i movimenti felpati di un uomo, che si fermò accanto a lei.

“Dove credevi di andare, cara?”.

Non rispose.

“Sai, la vita è strana: quando meno te l’aspetti arriva una sorpresa a sconvolgerti. Nessuno ha detto che debba essere per forza una bella sorpresa. Ti è andata male!”, e scoppiò in una risata che sembrava risuonargli in petto. “La fine è la parte più interessante della creazione, mia cara. La fine sovrasta l’eternità, la raccoglie come polvere e la conserva in un barattolo. E sai che fine fa quel barattolo? Rotola giù, per i gradini di legno di una casa, si frantuma in milioni di frammenti, raggiunge anch’essa lo stato di polvere. Non rimane nulla, mia cara. Nemmeno il ricordo”.

Le trafisse il petto con una spada. Poi sparì nella nebbia, così come era arrivato.

“…e un anno se ne va…”  – cantava una vecchia canzone.

Il mio anno, finora, è stato duro, combattuto, e spesso ne sono uscita con le ossa rotte e piccole cicatrici. Le porterò sempre con me, mio malgrado, e un giorno, come sempre accade, le guarderò con affetto e un sorriso dolce.

La cosa difficile è capire quali sono le cose davvero importanti per la nostra vita, poi è tutta discesa. Finalmente ho capito quali sono, e devono restare, i miei punti fermi, le cose senza le quali non sarei nemmeno io. E’ stata veramente un’impresa, ma ne siamo usciti vincitori!

Adesso la mia vita può dirsi davvero MIA, adesso i miei ricordi e i miei desideri tornano a prendere forme definite e nitide. Posso ancora sognare e sorridere alla vita e al mondo, certa che questo ricambierà il sorriso.

“…l’estate sta finendo, e un anno se ne va… sto diventando grande…”

Like a comet… gone too soon…

è una canzone di Michael Jackson, non l’ascoltavo da anni, e dopo tutto questo tempo ho riscoperto le splendide emozioni che mi regalava…

Il mio principe azzurro ha gli occhi blu, l’anima blu e il sangue blu. Negli ultimi tempi mi sono tuffata in mari blu, sognando di tuffarmi nei suoi occhi. Mi sono persa in cieli azzurri, ammirando stelle di inimmaginabile splendore, ma così lontane…

Mi riscopro a sognare ancora, a sentire l’impulso vitale del sogno. A credere e sperare, perchè il tempo passa, ma il cielo resta. E sotto questo cielo anche noi, così lontani, possiamo toccarci.

Il mio principe azzurro ha gli occhi blu. Oggi anch’io mi sento Blu.

Ci sono dei momenti in cui senti un brivido, o più d’uno, salirti su per la schiena. E nella migliore delle ipotesi resta lì per un bel pezzo, a farti rabbrividire di… di cosa? Piacere? Paura?

Entrambi. Perchè il piacere è un sottilissimo filo di lana, tutto sfilacciato, e sempre teso. Può spezzarsi, e costringerti a tornare sulla Terra. Oppure, come moltissimi fili di lana sfilacciati, restare testardamente teso, anche quando vorresti che si spezzasse.

Ma la lana non è forse un insieme di piccole e insignificanti fibre? E cos’è il piacere, se non un insieme di piccole e insignificanti emozioni?

Dovremmo soffermarci con più attenzione su ognuna di queste, per capire che il piacere, la paura, la gioia… sono prodotti più complessi di quanto immaginiamo.

E dopo è silenzio.

Anche i sogni si spengono e anche l’immaginazione si abbandona alla più placida pigrizia. Non esiste più l’emozione che ti accende i giorni e le notti, la negazione prende il posto della felicità e anche il mare sembra agitarsi al suono della rassegnazione.

Fosse per me sarei già in un altro luogo, in un topos lontano e sconociuto ai più. Nella solitudine dei miei occhi, che mi accompagna da anni. Nel mondo senza suoni della mia testa, che non mi abbandona mai. In quel deserto di cactus e scorpioni che popola i miei sogni.

Un re un giorno disse alla sua sposa: “La fame di felicità non si sazia nemmeno al cospetto del pranzo più maestoso”.

Maledizione, vuoi sapere come mi sento oggi?

Ho la nausea. Mi vien voglia di vomitare tutto questo schifo che ho dentro. Sì, perchè fuori di me va tutto bene, è dentro che c’è il disgusto, il disprezzo, la voglia di farla finita. E basta, dico! Basta perchè non si può essere così, non si può sopportare all’infinito, non si può!

Voglia di vomitare tutto ciò che mi logora da mesi, voglia di tornare ad essere concime per gli alberi, cibo per i vermi, nido per gli insetti.

Maledizione, vuoi sapere come mi sento oggi?

Annusa un cassonetto, guarda una palude putrida, uccidi un cane e lascialo lì per settimane, tagliati con un coltello, pungiti con una spina, uccidi te stesso e lo capirai, come dannazione mi sento oggi!

La rabbia, mia unica e fedele amica… Tu ed io moriremo insieme.

Verrai con me, perchè solo tu sai.

Di nuovo sola.

Più di prima, se possibile. E nemmeno questi riccioli di nuvole in cielo. Nemmeno questo dolce tepore sulla mia pelle. Nemmeno il pensiero di essere sotto lo stesso cielo.

Nemmeno la gioia di un istante, di una parola. Nemmeno la fortuna di essere qui. Nemmeno tutte le cose belle che mi circondano. Nemmeno i fiori, con i loro dannatissimi colori, nemmeno il vento tiepido, nemmeno le auto che passano.

Nemmeno l’ansia che mi fa sentire viva. Nemmeno il sonno che aiuta a non pensare. Nemmeno l’acqua che scorre sui miei polsi.

Nemmeno la speranza.

Niente, riesce a sollevare quest’animo in pena. Oggi.

Affondo le mani nelle nuvole come fossero piatti colmi di gustose pietanze. Porto un dito sulle labbra e chiudo gli occhi. Un senso di abbandono e non sono più qui…

Un prato, centinaia di fiori. Guardo intorno, nessuno. Solo una vecchia quercia all’orizzonte. Un’immagine confusa dal vento. Un tuono e non sono più qui…

La hall di un hotel. Una signora impettita entra con le sue shoppers, un ascensore raggiunge il decimo piano, un telefono squilla. Un piccolo ragno nell’angolo in alto… ma sento un rumore forte. Non sono più qui…

Una stanza buia. La illuminano delle candele. Confusione. Molta gente, brusìo. Avvicino il mio bianco viso a quel bianco viso; ha gli occhi chiusi, ma non serrati, le mani giunte. Sussurro una parola e lei apre gli occhi ancora una volta.

Ora non sono più qui. Ora nemmeno lei è qui.

Siamo angeli.

Purezza. Libertà. Spirito.

Evoluzioni naturali di una mente in incognito. La ricercatezza del “dunque”, del “forse”. L’incertezza dell’oggi e la curiosità del domani.

Può un essere pensante astenersi da pensieri di conquista di mondi a lui distanti? Ho cominciato a preparare le bozze del rogito. Quelle che mi faranno proprietario di alcuni lotti sulla Luna. Non penso a me, ma ai miei discendenti.

Chi verrà dopo di me? Che faccia avrà, come si avvicinerà al mio modo di pensare? Posso saperlo, forse, pensando a chi mi ha preceduta. E puntualmente mi rendo conto che ogni uomo è fine a se stesso. Che i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue paure, sono rimaste a esclusivo controllo della sua mente.

Mi restano delle pagine scritte con penna e calamaio, mi restano firme chiare ma dietro non scorgo l’anima che cerco. Per questo mi sforzo di essere me stessa, ma lo sono solo ai miei occhi.

Solitudine cosmica? No. Materialità che si tramuta in pensiero, null’altro. Evanescente come l’aria.

Com’è sempre stato per tutti.

Perchè così dev’essere.

Allungo le mani, dal mio letto, ma non ci arrivo. Sento gli occhi pesanti, non vedo nemmeno benissimo, ancora. Eppure mi rendo conto che di là c’è il sole.

Mi guarda anche lui con aria interrogativa, oggi. Possibile che non ci capiamo affatto?

Ah no, caro mondo. T’ho capito, e bene anche. So come vai, dove vai con chi e perchè. Piuttosto, tu. TU di me non sai nulla. E non saprai mai nulla. E’ inutile che strepiti come una donnetta, non te lo dico!

Sarò il mistero per te. Il mistero cui nulla sfugge. Non mi conoscerai e mi desidererai, ogni giorno della tua esistenza. Ma non potrai mai avermi. Non sono nata per te. Ad altri lidi approderò, e tu, mondo, non mi avrai mai.

Vivo dentro te come un parassita. Cresco, mi nutro, ti uccido giorno dopo giorno.

Moriremo insieme, perchè è giusto che finisca così. Ma non avremo paura. Insieme siamo nati. Insieme abbiamo vissuto nella mente di qualcuno o di qualcun’altro. E lì resteremo, anche dopo.

Perchè siamo nati per vivere in simbiosi, io e te.

Pagina successiva »

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.